Antico incrocio di strade, l’Aurelia, la Postumia, la Cornelia lungo l’ancor più antico alveo del fiume-torrente Muson che dai piedi dell’Asolano defluisce verso Padova è il centro naturale e storico su cui, dopo la colonizzazione romana e le età barbariche, sorge Castelfranco. Questo confluire di vicende del passato può sorreggere anche l’ipotesi che Castelfranco, prima di essere luogo di avvenimenti politici, fosse nodo spontaneo di incontri mercantili.Invero qui l’allevamento del bestiame fu facile per le pasture trovabili nell’erba di questa pianura ricchissima di acque. Qui i mercantili si incontravano forse per due giorni alla settimana per gli acquisti e le vendite dei propri animali. Poi subentrarono gli interessi politici, oppure questi si accompagnarono, com’è consueto, ai fatti di mercato e nel 1195 i Trivigiani costruirono un castello per difendersi dai nemici e dagli usurpatori di queste terre, creando un baluardo di difesa per la stessa città di Treviso. I nemici furono soprattutto i Padovani ed i Vicentini, poi gli alleati di questi, allo scopo di demolire la Comunità di Treviso. Ma il castello valse anche ai Trivigiani per convogliare i traffici della pingue zona nell’ambito degli interessi economici di Treviso, dirottando la linea naturale Asolo-Padova, con una piegatura ad angolo retto, all’altezza del castello.
Così Treviso risolse ad un tempo il suo problema a due risvolti: politico ed economico. I castelli feudali limitrofi non ebbero più senso. Le mura comunali furono erette nel più breve tempo possibile. Fu dedotta da Treviso una colonia perché abitasse il castello. Furono mandati i soldati. Furono stabilite le leggi. Il diritto comunale affrancò anche i meritevoli ed acconsentì pure un respiro ai servi della gleba che non furono più tali, ma ebbero libera scelta nel loro lavoro. La chiesa di Pieve decadde dal suo antico prestigio, allogandosi in un borgo, cioè “extra moenia”, mentre la chiesa di San Liberale (che richiama il santo patrono di Treviso) fu collocata nel centro del castello, vicina al palazzo del Podestà e dei Consoli.Il castello fu difeso anche da un fossato che circuisce tuttora le mura, su cui erano gettati i ponti levatoi in legno che tali restarono finchè non furono sostituiti da quelli in pietra nel sec. XVI. Un’altra difesa fu costituita dalle Bastie (terrapieni), quella vecchia e la nuova, poste di fronte alle mura di levante, a guisa di contrafforti. Dopo le prime battaglie, la calata di Federico II insediò in Castelfranco la tirannia di Ezzelino da Romano che fu Vicario imperiale fino alla sua morte avvenuta nel 1259. Da allora Castelfranco rientra nel Comune di Treviso, ed esso si gioverà di questo castello, in avamposto, nel 1286 per propria difesa dagli assalti dei Veronesi. Castelfranco sarà quindi possesso dei Caminesi (di Treviso), poi dei Carraresi (di Padova), quindi degli Scaligeri (di Verona), fino all’intervento di Venezia. La pace sarà interrotta dalla Lega di Chambrai (1509) che vedrà la caduta di Castelfranco sotto l’Imperatore. Breve dominio, che tuttavia costerà forti somme di denaro per impedire la distruzione del castello e l’eccidio dei cittadini.
Il castello è costituito da un recinto murario a base quadrata, con quattro torri angolari e quattro porte mediane. La principale di queste ultime è detta la torre “davanti” di fronte alla strada che conduce a Treviso. Questa torre fu sopraelevata rispetto alle altre, in tempi successivi, fornita di campana e cupola. Corrispondente a questa, verso ovest, vi è la porta del Musile, detta anche di Cittadella. Poca importanza ebbero le altre due porte, l’una detta dei Beghi, dal nome di una famiglia illustre che aveva la sua casa vicina ad essa, l’altra, detta dei “morti” che più che porta fu una specie di postierla con ponticello ligneo, perché attraverso di essa si conducevano i morti al cimitero vecchio della “chiesa di dentro”. A nord delle mura fu riservato il luogo di convegno e la grande piazza per il raduno del bestiame. Mentre lungo le bastie furono erette le case fuori mura per le necessità del mercato e del lavoro inerente alle opere del castello. Nell’interno di questo, invece, fu sempre residente la parte nobilesca e militare. Le case delle bastie, per disposizione comunale furono, in un primo tempo di pari e modestissima altezza, costruite in legno per essere incendiate in caso di assedio.
Il tempo, a guerre finite, trasformerà gli edifici in “case da muro, coverte de copi” con altezze diverse, dopo che le disposizioni comunali saranno superate dalla Veneta Signoria. Nei borghi sono collocate, specie in prossimità del castello, le prime osterie per viandanti e mercanti, nonché le stalle per il deposito di bestiame. In proseguo di tempo, i borghi saranno il tramite di comunicazione tra il centro di Castelfranco e il contado delle grandi ville, specie dopo l’ingresso di Venezia in Terraferma, con l’acquisto delle grandi aree terriere (dal XIV al XVI secolo) come quelle dei Soranzo e dei Corner in Sant’Andrea oltre il Muson e Treville, degli Emo a Fanzolo dei Mocenigo a Godego, etc. Il secolo XVII avrà una fioritura di congregazioni di ordini religiosi, con edificazioni di chiese e conventi, opportuni per il soccorso agli abbandonati ed ai poveri, dopo le grandi pestilenze e le carestie. Nella fine del sec. XVIII e l’inizio di quello successivo, il nuovo vento di Francia e la calata di Napoleone, travolgendo la Repubblica Veneta, trasformeranno anche le consuetudini e le strutture politico-amministrative di Castelfranco, con il particolare disagio dei ceti contadini cui saranno imposte gravezze di carriaggi per le truppe occupanti, ora francesi, ora austriache, in un continuo succedersi di vicende tempestose e troppo frequenti, fino al dominio Longobardo-Veneto, nell’Impero degli Asburgo che non sarà una sottomissione felice dal punto di vista politico e fiscale, quanto ammirata, anche nel suo ricordo, per la sua rettitudine di amministrazione. Il 1866 è l’anno dell’annessione di Castelfranco al Regno d’Italia. Amedeo di Savoia Aosta è ospite per vari mesi in villa Revedin per la celebrazione dell’avvenimento. Con la monarchia costituzionale il voto è gradualmente esteso a tutti i cittadini per censo e titolo di studio fino alla loro totalità ed il servizio militare è reso obbligatorio. Ci sono proteste e rifiuti assieme ad entusiasmi. La prima guerra mondiale fa di Castelfranco un teatro diretto per il rifornimento di truppe su tutti i fronti, ma in particolare su quelli del Piave e del Grappa. Dopo la seconda guerra mondiale vi furono il grande esodo, specie dalle campagne, la grande nostalgia degli emigrati, che arricchirono per la prima volta la propria terra, e l’industrializzazione, ma sovvertendo le tradizioni e le usanze: la campagna quasi scomparve per dar luogo ad attività nuove di carattere mercantile ed industriale.




Il castello, edificato per volontà del comune di Treviso tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo su un alto terrapieno, forse preesistente, ebbe pianta quadrata, un perimetro di circa 930 m. e otto torri (quasi tutte ancor oggi conservate), disposte ai vertici e nel punto mediano di ogni lato. Ultima guerresca testimonianza di lontani conflitti tra potenze comunali e feudali, la fortezza di Castelfranco perdette definitivamente la propria funzione strategica al termine del grandioso scontro tra gli eserciti della Repubblica di San Marco e quelli dei sovrani federati nella Lega di Cambrai, che ai primi del cinquecento si erano affrontati nei territori veneti. La diffusione delle artiglierie rese infatti quasi inutile, sotto il profilo militare, l’esistenza della vecchia cinta muraria, ma il governo della Serenissima non ritenne opportuno né ordinarne la completa ricostruzione secondo i più recenti dettami dell’ingegneria, né, per nostra fortuna, farla atterrare. A poco a poco l’aspetto della fortezza mutò: scomparvero i cammini di ronda e il ponticello verso borgo San Giorgio, la “torre dei morti” venne trasformata in un campanile ad uso del duomo, furono abbattute parzialmente le mura e la torre volta verso Cittadella, venne ristretto e contornato da un dignitoso passeggio il fossato medioevale, fu demolita la porta dinanzi il ponte dei Beghi. sopravvivendo alle ingiurie del tempo, alla stoltezza e alle nuove esigenze degli uomini, deposta ogni minacciosa sembianza, il castello divenne infine un elemento fondamentale, armonicamente inserito, del centro cittadino, ormai da secoli pacifico, caratteristico luogo di residenze e di mercati nell’ampio settore extra moenia. Davanti al poderoso mastio, adattato a torre dell’orologio civico, al “ponte dea saeata” si svolgeva il commercio di ortaggi. Gli dei della guerra erano volati altrove. I venditori vocianti avevano sostituito gli armigeri, le spade avevano lasciato il posto alle cicorie.
CASTELLANI ILLUSTRI
Le scienze e le arti ebbero a Castelfranco, attraverso i secoli, numerosi e talora geniali cultori, la cui fama è giunta fino a noi. Nel campo della pittura eccelse Giorgione (Castelfranco 1477 o 1478 – Venezia 1510), che influì anche su artisti come Giovanni Bellini e Tiziano Vecellio. Personaggio dai vasti interessi culturali, amante della musica e della poesia, circondato già in vita da grande ammirazione, prematuramente scomparve lasciando di sé un ricordo nel quale ben presto notizie vere e leggende fantasiose finirono per intrecciarsi a tal punto da rendere difficile la ricostruzione storica della sua vita e della sua attività artistica. Un altro notevole pittore castellano fu Pietro Damini (Castelfranco 1592 – Padova? 1631), di cui è in corso una profonda rivalutazione critica. Tra i compositori si distinse Agostino Steffani (Castelfranco 1654 – Francoforte sul Meno 1728), autore di musica sacra, oratoria, camerale e melodrammi. Un posto di rilievo nell’architettura veneta del Settecento occupa Francesco Maria Preti (Castelfranco 1701 – 1774), progettista di numerosi edifici, tra i quali il duomo, l’ospedale vecchio, il teatro accademico, ville e chiese di alcune località vicine. Inoltre disegnò e nel 1740 condusse a compimento, con sobria eleganza, la grandiosa , celebre villa Pisani di Stra, “perla della Riviera del Brenta”, i cui progetti originali, solo in parte realizzati, si devono a Girolamo Frigimelica (Padova 1653- Modena 1732). Preti frequentava la “schola riccatiana”, un cenacolo che prese il nome da una famiglia di brillanti matematici, scienziati, architetti vissuti, almeno per qualche tempo, nella “patria di Giorgione”. Jacopo Riccati (Venezia 1676 – Treviso 1754) e i suoi figli Vincenzo (Castelfranco 1707 – 1775), Giordano (Castelfranco 1709 – Treviso 1790), Francesco (Castelfranco 1718 – Treviso 1791). Ma, parlando di matematici e scienziati, non possiamo dimenticare Giovanni Pizzetti (Treviso 1675 –1751), il quale risiedette a lungo a Castelfranco, dove ebbe sia il palazzo dominicale, in centro, sia la villa rurale fatta costruire a nord-ovest di Salvarosa su disegni propri: la Cà Amata, luogo di studi, riflessioni, esperimenti.




La visita di Castelfranco solitamente ha inizio in piazza Giorgione, dalla quale si possono ammirare da un lato le mura e le torri medioevali, contornate dai giardini pubblici, dal fossato e dal passeggio Dante, dall’altro lato uno degli antichi porticati che contraddistinguono il centro storico. Tra gli edifici prospicienti la piazza, si segnala il cinquecentesco palazzo Piacentini, esternamente affrescato, dove ebbe sede “l’Hosteria della Spada”, albergo rinomato per la confortevole ospitalità che offrì nei secoli scorsi a “mercanti e forestieri”. A una distanza di pochi passi, quasi di fronte, sorge il Paveion, una loggia eretta nel 1420 a tutela del mercato delle biade e restaurata radicalmente nel 1603 “con il denaro della Podesteria a perpetuo uso pubblico di tutti i cittadini e gli abitanti del distretto per decreto dell’eccellentissimo Senato”, come si legge in un’iscrizione su pietra in lingua latina. Di rilevante interesse in corso XXIX Aprile, i palazzi Pulcheri Favero e Soranzo Novello, ristrutturati nel XVIII secolo, e, subito dopo l’incrocio con via Riccati, i nobili edifici cinquecenteschi Spinelli Guidozzi e Bovolini Soranzo, ambedue affrescati all’esterno. Superato il “ponte dea saeata”, si passa sotto il torrione dell’orologio, dal quale sembra far buona guardia il leone marciano, e si imbocca via Francesco Maria Preti, raggiungendo ben presto il piazzale del duomo, a fianco del quale sorge la romanico-gotica casa Marta Pellizzari, detta “di Giorgione”. al primo piano conviene soffermarsi soprattutto nella sala decorata da un fregio quasi certamente affrescato dal grande pittore castellano e dai suoi collaboratori; esso raffigura “oggetti, strumenti e simboli delle professioni, delle arti figurative, della musica, delle armi, delle scienze e delle lettere, intramezzati da ritratti di personaggi anziani (probabilmente filosofi), da medaglioni con profili di imperatori e da tabelle sostenute da nastri, con iscrizioni e massime latine in bei caratteri maiuscoli romani”.
D’obbligo una visita al settecentesco duomo, la cui facciata, peraltro, fu realizzata solo nel 1893 senza rispettare integralmente i disegni lasciati dal Preti. All’interno, accanto al transetto destro si apre la cappella Costanza, in cui è conservata la splendida pala “Madonna in trono col Bambino tra i santi Giorgio (o Liberale o Nicasio) e Francesco” dipinta da Giorgione attorno al 1505. L’opera gli era stata commissionata da Tuzio Costanzo probabilmente in occasione della morte del figlio Matteo (di cui si vede posata sul pavimento la lastra tombale), il giovane condottiero al servizio della Repubblica di Venezia spentosi nel 1504 a Ravenna. “Maoltre alla sua celebre pala, - ha scritto lo storico dell’arte professor Giampaolo Bordignon Bavero – Castelfranco conserva nel suo duomo molte opere, specie di pittura, provenienti sia dalla chiesa di dentro, sia da abbattuti edifici conventuali e chiese del luogo, coma da ville che la calata napoleonica soppresse col suo destino di novità e distruzione”. Ricordiamo innanzitutto gli affreschi di Paolo Veronese e Battista Zelotti, ora nella sacrestia, i quali furono strappati all’inizio dell’Ottocento da villa Soranza, non lontana da Treville e da Sant’Andrea oltre il Muson, rpima che venisse demolita. La tela dell’altar maggior della chiesa vecchia raffigurante la “Liberazione delle anime dal Limbo”, eseguita da Giovanni Battista Ponchino (Castelfranco 1500 circa – 1570), è collocata nell’abside. Su diversi altari e nella sacrestia si trovano opere dei pittori castellani Paolo Piazza e Pietro Damini e di Jacopo Bassano, Palma il giovane, Annibale Carracci, Francesco Maffei, tutti operanti tra il XVI e il XVII secolo. Sull’altare del transetto di destra vi è il gruppo statuario dell’ “Assunta tra i santi Liberale e Giovanni Nepomuceno” di Giuseppe Bernardi, detto il Torretto, maestro di Antonio Canova. Usciti dal duomo è possibile visitare, rivolgendosi al personale della segreteria, il teatro accademico, settecentesco, ma completato all’inizio dell’Ottocento in maniera difforme, anche in questo caso, dai progetti del Preti; l’edificio, dietro una sobria facciata, cela interni di rara eleganza, restituiti all’originario splendore da un’impegnativa opera di restauro conclusasi nel 1975.
Visitato il settore del centro storico compreso entro la cerchia delle mura, si passa nuovamente sotto il torrione e si segue dapprima via Riccati, lasciando sulla destra la chiesa di San Giacomo, del XVIII secolo, un tempo annessa al convento dei Serviti; superato il ponte delle guglie, si prosegue per borgo Treviso osservando, a sinistra, i palazzi Riccati degli Azioni Avogadro, sette-centesco (ma la facciata risale al 1908), e Colonna Preti, costruito nel XVI secolo e restaurato all’interno con radicali modifiche nel XVIII secolo. Subito dopo si raggiunge la ottocentesca villa Revedin Bolasco, sorta dopo l’abbattimento di due palazzi gemelli del XVII secolo. Dietro e su un lato del grande complesso architettonico (che comprende anche un’interessante scuderia) si apre il parco, uno dei più belli e romantici del Veneto. Esso occupa un’area di oltre 80.000 metri quadrati e include, fra l’altro, un laghetto, rilievi artificiali del terreno, statue, vari edifici e l’ ”arena”; che era non un teatro all’aperto, come si crede, bensì un maneggio. Un cenno infine merita la chiesa di Santa Maria Nascente della Pieve nuova, progettata del Settecento da Giordano Riccati, ad eccezione del pronao, il cui disegno si deve ad Antonio Lazzari (XIX secolo). L’edificio sacro è posto in borgo Pieve (presumibilmente il più antico nucleo medioevale della città, forse insieme con quello di San Giorgio), nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria.
NEI DINTORNI
A pochi km. dal centro storico di Castelfranco, nella frazione di Sant’Andrea oltre il Muson, raggiungibile facilmente attraverso Treville, sorge la cinquecentesca villa Soranzo Tiepolo (oggi di proprietà della famiglia Chiminelli), decorata sia all’interno che all’esterno da affreschi attribuiti a Benedetto Caliari, fratello ed allievo dell’assai più noto Paolo, detto il Veronese; accanto alla signorile magione sono stati realizzati due piccoli musei: nel primo si conservono testimonianze della civiltà contadina, nel secondo vecchi strumenti per la concia delle pelli. Di grande interesse, a Fanzolo (frazione del comune di Vedelago, confinante con quello di Castelfranco), la celebre villa Emo Capodilista, eretta nel secolo XVI su progetto di Andrea Palladio ed affrescata da Battista Zelotti. Per visitarla ci si porta sulla via Postioma, che ricalca il rettilineo tracciato della strada consolare romana Postumia collegante Genova ad Aquileia, e, giunti al centro di San Floriano, all’altezza della chiesa si prosegue in direzione di Fanzolo. Al ritorno è opportuna una breve sosta per ammirare nella parrocchiale sopra citata la pala “Madonna in trono col Bambino tra i santi Liberale, Floriano, Caterina e Barbara” di Francesco Bissolo, dipinta nel 1528. Più avanti, qualche centinaio di metri a nord della via Postioma, non lontano dall’incrocio con via Loreggia di Salvarosa (coincidente con un’altra strada romana,l’Aurelia, che univa Padova ad Asolo), si può osservare l’esterno della Ca’ Amata, settecentesca dimora rurale del fisico e matematico Giovanni Rizzetti.